Venture capital e fintech: intervista a Stefano Molino di Innogest Capital

Intervista con Stefano Molino, partner di Innogest Capital, uno dei fondi di Venture Capital con più storia in Italia.
stefano molino innogest

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Stefano Molino, Partner di Innogest Capital e responsabile degli investimenti per la parte digitale. Stefano è stato ed è board member e advisor in diverse società del portafoglio Innogest tra cui MioAssicuratore (comparatore di assicurazioni online), Prestiamoci (piattaforma di peer-to-peer di prestiti tra privati) e Sardex (circuito di credito commerciale).

Stefano ha conseguito un Master of Science (cum laude) in Ingegneria Gestionale dal Politecnico di Torino e un dottorato dal Politecnico di Milano, con una tesi di dottorato sul capitale di rischio e la valutazione degli asset delle aziende hi-tech.

Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a prender parte nuovamente al programma di accelerazione Magic Wand?

Crediamo che il Fintech sia uno dei settori trainanti dell’innovazione digitale dei prossimi anni in cui l’Italia, e Milano in particolare, possono giocare un ruolo molto rilevante. Per questo siamo contenti di essere anche quest’anno partner di Digital Magics nel supportare il programma Magic Wand.

Riteniamo che sia una strategia vincente da parte di un player così importante nel mondo dell’incubazione e dell’accelerazione come Digital Magics, concentrarsi su questo verticale. Anche quest’anno la presenza di partner corporate e finanziari di livello, unita al supporto di mentorship e coaching del team di Digital Magics, renderà il programma estremamente attrattivo per le start-up e siamo convinti che possa alzare ulteriormente il livello di qualità, già alto, dei progetti visti l’anno scorso.

Raccontaci un po' di Innogest Capital, qual è la dimensione del fondo? Risultati raggiunti?

Innogest è l’operatore con più storia nel mondo del Venture Capital in Italia. Siamo partiti nel 2007, quando ancora il mercato del Venture Capital (VC) e dell’early stage era del tutto nascente. Abbiamo raccolto un primo fondo da 80M€ che ha investito su start-up ed imprenditori italiani in vari settori: digitale, software, ma anche healthcare, biotech, cleantech e nanotecnologie.

Con il passare degli anni, e con l’evoluzione del mercato abbiamo raccolto ulteriori fondi per complessivi 200M€ circa e ci siamo concentrati su due principali aree di investimento: il mondo digital/tech, di cui sono responsabile, ed il segmento healthcare. Riteniamo che siano le due aree su cui ci siano le maggiori potenzialità di intercettare innovazioni disruptive partendo dall'Italia, ma non solo.

Come definisci il fintech?

Il Fintech unisce ovviamente i concetti di Finance e Technology. Rappresenta un mondo molto ampio, che include l’innovazione tecnologica applicata a tutti i vari segmenti del mondo finanziario siano essi pagamenti, prestiti, servizi bancari, mercati finanziari, wealth management, servizi assicurativi. Il potenziale di disruption delle tecnologie digitali in questi settori è vastissimo.

Si tratta di una serie di servizi e di tecnologie sottostanti che si applicano ad un contesto di stakeholders molto vasto, che va dai privati, alle aziende (sia PMI che grandi imprese) al mondo finanziario, ma anche agli enti regolatori (il c.d. Regtech). Se volessimo trovare un denominatore comune, direi che le tecnologie digitali e l’uso massivo dei dati, permettono un tasso di disintermediazione dei servizi finanziari molto più elevato che nel passato che mette a rischio i tradizionali modelli di business degli incumbent e permette di sviluppare modelli “digital/mobile native” - si pensi alla challenger banks, ad esempio.

Inoltre il livello di personalizzazione e di ottimizzazione della user experience dei servizi finanziari è estremamente più avanzato che in passato garantendo al consumatore finale più velocità, più trasparenza, ma anche più flessibilità e convenienza.

In quali verticali fintech stanno investendo i fondi di venture capital? Perché?

Direi che gli investimenti dei fondi di VC sono attivi in tutti i principali segmenti del mondo Fintech. Se si guardano i dati dell’ultimo anno chiuso, il 2018, il settore del VC Europeo ha investito oltre 28 miliardi di Euro in start-up. Di questi oltre 5 miliardi sono stati investiti su start-up Fintech.

Il Fintech rimane tra i settori che crescono di più in Europa, sebbene sia certamente un ambito di investimento più consolidato e maturo di quanto non fosse qualche anno fa. Tuttavia, se si guarda il numero degli investimenti fatti in Europa, è il secondo settore in cui si è investito di più dopo Enterprise Software, con oltre 700 operazioni nel 2018.

L’Italia rimane indietro in questo ambito, ma questo perché sconta il noto ritardo negli investimenti del Venture Capital rispetto ai nostri peers Europei, non perché ci sia un ritardo specifico nel settore del Fintech, dove anzi alcune realtà Italiane stanno emergendo, non solo nel contesto nazionale, ma anche internazionale.

Quali consigli daresti a un imprenditore che sta avviando una startup in ambito fintech?

Lo stesso che darei a qualunque imprenditore che vuole lanciare un progetto di innovazione digitale, a prescindere dal settore: a) conoscere molto bene il proprio mercato di riferimento b) approfondire il contesto di mercato confrontandosi non solo a livello nazionale, ma soprattutto a livello internazionale per capire se quello che si ha in mente ha veramente il potenziale di crescere e scalare anche in mercati più competitivi c) concentrarsi molto sullo sviluppo del proprio prodotto ed essere maniacali nel testare e validare le proprie assumption ed infine d) conoscere molto bene quali sono i KPI critici che vanno misurati nel proprio business (e che anche gli investitori guardano) ed essere estremamente analitici nel misurarli.

Dove vedi il fintech tra cinque anni?

Credo sia difficile dirlo, tuttavia stanno emergendo, ormai da tempo, alcuni trend interessanti. Il primo fra tutti è lo sviluppo di servizi di open banking e di piattaforme aperte da parte di molti operatori non solo bancari, che sarà sicuramente un driver di sviluppo di nuovi servizi in futuro.

Il secondo è certamente quello del rapporto sempre più stretto tra operatori Fintech e player che non arrivano dal mondo finanziario: si pensi ad esempio all'integrazione tra mondo Fintech e mondo retail, oppure tra mondo dei servizi finanziari/assicurativi e mondo della mobilità.

Infine, direi che lo sviluppo di nuovi strumenti legislativi, penso ad esempio al tema del Sandbox, che permetterà alle start-up di testare prodotti/servizi per periodi di tempo limitati in contesti deregolamentati, e credo che questo potrà dare ulteriore stimolo allo sviluppo del settore, analogamente a quanto avviene all'estero.

Cosa pensi debbano fare le banche per stare al passo con i tempi?

Credo che debbano fare quello che alcune delle Banche più avanzate anche in Italia stanno facendo: aprirsi all'innovazione, sviluppare architetture aperte ed accessibili, vedere le start-up come partner con cui sviluppare servizi innovativi e lavorare con gli operatori specializzati nel mondo dell’innovazione digitale, siano essi acceleratori, incubatori e fondi di Venture Capital.

Quali sono i criteri di investimento che prendete in considerazione per decidere di investire in una startup?

Direi sicuramente il primo aspetto che valutiamo è il team sia dal punto di vista delle competenze, che dell’attitudine imprenditoriale e della capacità di confrontarsi in modo constante con il mercato e gli stakeholders e adattare la propria strategia di conseguenza. Non ho mai visto una start-up fare esattamente quanto aveva previsto di fare all'inizio e spesso le aziende di successo sono quelle che si adattano meglio al contesto. Flessibilità e resilienza sono caratteristiche essenziali di un buon imprenditore.

Il secondo aspetto è la dimensione del mercato e dell’opportunità: guardiamo solo progetti che abbiano il potenziale di cambiare interi settori e che si aprano su mercati grandi ed in rapido sviluppo. Infine la dimensione del vantaggio competitivo, sia esso derivante dalla tecnologia, dal modello di business o come spesso accade, da un mix delle due.

Grazie Stefano per la tua disponibilità e alla prossima.

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