Quale futuro per le Neobanks? Regole e redditività tra le incognite

Le nuove banche digitali stanno cambiando il modo di fare banca, scopriamo in che modo e proviamo a capire come si evolveranno per raggiungere la maturità.
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Daniele Marino
25, Business Analyst @Fintastico
Quale futuro per le Neobanks_ Regole e redditività tra le incognite

Le neobank: cosa sono e a chi si rivolgono

Il termine neobank è stato utilizzato per la prima volta nel 2017, anche se la nascita di questo fenomeno risale al 2009. Tale definizione è volta a identificare banche totalmente digitali, che operano senza la presenza di filiali fisiche, ma esclusivamente via app/sito web.

Concetto molto simile a quello di neobank è quello di challenger bank, ossia istituzioni che erogano i propri servizi principalmente attraverso app e sito internet, che però, a differenza delle neobank, hanno una licenza bancaria e mirano a sfidare il modello di banca tradizionale.

Il non avere filiali fisiche chiaramente comporta minori costi operativi, e ciò permette alle neobank e alle challenger bank di applicare tariffe più vantaggiose ai clienti finali rispetto alle banche tradizionali.

Esempi di clienti target delle neobank sono soprattutto piccoli risparmiatori, lavoratori freelance, studenti, millennials, proprietari di piccole imprese, liberi professionisti e gruppi affini.

Le neobank cercano di differenziarsi dalle banche tradizionali offrendo nuovi servizi attraverso una forte interfaccia digitale, spesso volta ad attrarre specifici gruppi di consumatori.

Esempio di erogazione di servizi finanziari con immediatezza e facilità di utilizzo, è per esempio Zelf, una neonata banca digitale con sede legale in Lettonia, che permette di aprire un conto in 30 secondi e scambiarsi denaro tramite diverse app di messaggistica istantanea come Facebook Messenger, WhatsApp, Telegram e Viber.

Il fenomeno neobank in Italia

In Italia possiamo notare che le neobank sono solite nascere “dalla costola” di grandi gruppi bancari e raramente hanno l’intenzione di sfidare le banche tradizionali, ma piuttosto di integrare la loro offerta. Esempi di neobank italiane sono:

  • BuddyBank, startup creata nel 2016 dal gruppo Unicredit che offre un modello bancario di tipo “conversazionale”, ossia mette a disposizione un assistente virtuale che si dedica a tutte le esigenze finanziarie del cliente;
  • Hype, nata dal Gruppo Banca Sella e recentemente diventata legal entity autonoma dotata di licenza di istituto di pagamento, che oltre a mettere a disposizione dei propri clienti conto bancario offre una serie di servizi aggiuntivi tramite partnership con altri istituti finanziari come ad esempio la sottoscrizione di polizze, cashback, bitcoin wallet;
  • Flowe, controllata al 100% da Banca Mediolanum, lanciata a giugno 2020, ha nel suo DNA l'innovazione ma anche la sostenibilità ed è una Società Benefit, che pur ricercando il profitto, ha anche un obiettivo più ampio di tipo sociale;
  • Illimity, conto a zero spese che permette anche l’aggregazione in app di più conti correnti detenuti in banche differenti, progetti di risparmio, sottoscrizione di assicurazioni e convenzioni in ambito sanitario;
  • Tinaba, acronimo di “This is not a bank”, un’app che grazie alla partnership con Banca Profilo, offre un conto corrente ed una carta prepagata, oltre ad una serie di servizi come ad esempio raccolte fondi digitali per progetti personali o beneficenza e la possibilità di creare un salvadanaio personale per risparmiare in automatico.

La profittabilità delle neobank

Dall’analisi dei bilanci di alcune neobank europee, effettuata insieme ad alcuni colleghi del Napoli Fintech Lab (si ringrazia per la collaborazione Andrea De Lucia e Gennaro Amato), appare immediatamente chiaro un dato fondamentale: in Paesi in forte crescita come la Polonia, la principale fonte di ricavi è il margine di interesse, mentre in Paesi sviluppati, come Germania e Gran Bretagna, in cui le banche centrali hanno adottato tassi di interesse molto bassi, la maggiore fetta di ricavi deriva da commissioni.

Al momento il business model della maggior parte delle neobank sembra non essere sostenibile. Esse infatti vengono finanziate quasi totalmente tramite investimenti esterni, ma chiudono i bilanci annuali in costante perdita. La causa di ciò può essere ricercata in vari fattori:

  • difficilmente le imprese di nuova costituzione (le startup) raggiungono il break even point nei primi 4/5 anni (perfino Facebook ha chiuso i primi bilanci in rosso!);
  • sono maggiormente concentrate sulla crescita dei volumi di clienti piuttosto che sulla profittabilità;
  • offrono dei servizi vantaggiosi per il cliente ma hanno difficoltà a monetizzare l’erogazione di tali servizi, dato che i clienti si aspettano da loro fees più basse;
  • vengono svantaggiate dai tassi di interesse zero-negativi attualmente offerti dal mercato;

Al momento quindi è giustificato che non facciano profitti, essendo imprese giovani, tuttavia, nel lungo periodo, affinché il modello neobank possa prendere sempre più piede, ci si dovrà concentrare anche sulla redditività.

In tale ottica l’introduzione di nuovi servizi finanziari potrebbe incentivare un maggior trasferimento di fondi dai conti aperti presso banche tradizionali verso i conti aperti presso le neobank da parte dei clienti.

Regolamentazione delle neobank

Parlando della redditività non ci si può astenere dal trattare il tema della regolamentazione del settore di riferimento delle neobank, e in particolare delle regole legate all’ottenimento della licenza bancaria:

  • Alcune challenger banks hanno già richiesto e ottenuto la licenza bancaria;
  • La maggior parte delle neobank operano con la licenza per gli istituti di pagamento e gli istituti di moneta elettronica, che permette di raccogliere i depositi solo appoggiandosi a banche regolamentate, prevede degli obblighi regolamentari minori, ma non permette di concedere finanziamenti interponendo il proprio bilancio, ma solo tramite partnership con istituti di credito.

In un paper recentemente pubblicato dal Bank for Istitutional Settlements viene descritta la regolamentazione applicata alle neobank in trenta giurisdizioni, qualora queste decidano di ottenere la licenza bancaria.

Non vi è difatti un approccio integrato a livello europeo o mondiale, ma ciascuno Stato sta seguendo una rotta differente. Tuttavia, ci sono due correnti principali:

  • La maggior parte degli Stati considerati (Germania, Austria, Italia, USA, Giappone) applicano per le neobank gli stessi requirement applicati alle banche all'interno della loro giurisdizione e le obbligano, al fine di concedere prestiti, a dotarsi di una licenza bancaria. Tra queste giurisdizioni, alcune hanno messo in atto iniziative volte a ridurre le barriere all’entrata per le neobank, concedendo loro il tempo necessario per soddisfare appieno i requisiti del quadro prudenziale (Australia e UK).
  • Nelle poche giurisdizioni che hanno stabilito un quadro normativo specifico per le banche digitali (Cina, Hong Kong, Corea del Sud, Malesia, Singapore, Emirati Arabi Uniti), i principali requisiti di licenza e di continuità sono simili a quelli delle banche tradizionali. I richiedenti di una licenza per le banche digitali devono soddisfare requisiti relativi al luogo di costituzione e alla forma giuridica, alla sostenibilità del business plan, capitale minimo versato, idoneità e correttezza del management, governance del rischio.

Implicazioni del dotarsi della licenza bancaria per le neobank

Appare chiaro che, se le neobank hanno intenzione di sfidare le banche tradizionali offrendo servizi più economici, i vincoli che la licenza bancaria impone sui bilanci risultano eccessivi e appesantiscono grandemente i costi per le neobank, rendendo il raggiungimento di un profitto una possibilità ancora più remota.

Va inoltre considerato che i clienti target delle neobank sono di solito soggetti che offrono meno garanzie patrimoniali, quindi considerati maggiormente rischiosi al fine dell’analisi prudenziale del rischio di credito. L’attività di erogazione di prestiti, già di per sé rischiosa, obbligherebbe dunque le neobank a detenere grandi quantità di capitale, qualora fossero costrette a sottostare ai medesimi vincoli imposti alle banche.

Conclusioni – To be or not to be a bank?

La domanda da porsi è, quindi, alle neobank conviene ottenere la licenza bancaria, appesantendo i costi, le regole e i controlli prudenziali? Oppure è maggiormente vantaggioso continuare a svolgere la propria attività come istituti di pagamento e di moneta elettronica, instaurando un rapporto di competizione e al contempo collaborazione con le banche tradizionali?

Le prospettive che si vengono a delineare per il futuro delle neobank sono due:

  1. Alcune, forti del loro numero di user sempre crescente, hanno già deciso di ottenere la licenza bancaria e cercheranno di mettere in discussione le banche tradizionali e rubare loro una fetta sempre maggiore di mercato;
  2. Altre invece, verranno acquisite da banche tradizionali o stringeranno partnership con quest’ultime, o con altre imprese finanziarie e non, e si appoggeranno a loro al fine di offrire servizi aggiuntivi oltre al conto corrente. In questo caso, si parla di un approccio collaborativo o di “coopetition”, tesa a generare una situazione di win-win.

Il secondo approccio permette infatti:

  • Alle banche tradizionali di migliorare la propria offerta digitale e promuovere l'innovazione, apportando le capacità mancanti dal punto di vista della tecnologia e del capitale umano. Infatti, le neobank offrono nuove competenze, linguaggi, API e soluzioni digitali in linea con le aspettative dei clienti, combinate con modelli di consegna agili che sono adattati all'era digitale e non sono appesantiti da sistemi legacy.
  • Alle neobanks, che si sono precedentemente considerate come concorrenti con una proposta di valore differenziante per clienti scarsamente serviti, di superare le barriere esistenti in merito ai costi di acquisizione dei clienti, all'accesso al capitale, alla scalabilità delle soluzioni e alla conformità con i regolamenti.

In tutti i casi, che scelgano di perseguire una strategia o l’altra, le neobank/challenger bank dovranno implementare nuove strategie di offerta di un sempre maggior numero di servizi finanziari.

In questo modo potranno aumentare la profittabilità e trasformarsi in “super-app” dove i consumatori potranno gestire in maniera integrata il proprio patrimonio e disporne in differenti modi.

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