Investitori istituzionali e non nel Peer-to-Peer Lending

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Pierangelo Rosati
Assistant Professor in Business Analytics presso la DCU Business School. Appassionato di Fintech e Big Data.
P2P Lending

Le Piccole e Medie Imprese (PMI) sono senza dubbio il pilastro portante dell'economia italiana, europea e mondiale. Secondo le ultime stime della Commissione Europea, 99 aziende su 100 sono PMI e impiegano due terzi della forza lavoro a livello europeo. Nonostante ciò, le PMI hanno da sempre avuto enormi difficoltà a ottenere finanziamenti esterni per supportare i propri piani di crescita e sviluppo o semplicemente per sopperire a temporanee carenze di liquidità.

Le banche, in particolare le banche locali, hanno tradizionalmente rappresentato la principale (molte volte la sola) fonte di finanziamento per le PMI. Con l'entrata in vigore di regolamenti sempre più stringenti per gli istituti di credito (come ad esempio Basilea II), l'accesso ai finanziamenti bancari è diventato quasi un miraggio per molte PMI: in particolare per quelle giovani e/o con limitati beni immobiliari da offrire in garanzia.

Il prestito tra pari, o Peer-to-Peer Lending, viene nominato spesso come una nuova forma di finanziamento per le PMI ma in realtà non rappresenta di per sé nulla di particolarmente innovativo. Gli imprenditori infatti hanno da sempre fatto leva su "amici" e parenti per ottenere prestiti e finanziare le attività imprenditoriali. Questi prestiti sono normalmente basati su rapporti personali, senza alcuna analisi di rischio e rendimento e gestiti in maniera del tutto informale. Tutto questo ha due effetti collaterali:

  1. sia il debitore che il finanziatore si trovano a dover affrontare un rischio che potrebbe essere troppo elevato;
  2. la capacità di un imprenditore di ottenere finanziamenti è basata sul numero di persone all'interno del suo network e sulla loro disponibilità economica invece che sulla qualità delle sue idee imprenditoriali;

Fortunatamente, questo circolo vizioso può finalmente essere spezzato grazie al fintech. Il prestito tra pari può essere gestito online attraverso delle piattaforme che connettono PMI in cerca di finanziamenti con un vasto numero di potenziali finanziatori in cerca di profitti. Queste piattaforme online operano da intermediari e trattengono una percentuale dei finanziamenti erogati come compenso. Come intermediari, queste piattaforme riescono a rimuovere i due effetti collaterali sopra citati fanno si che il prestito tra pari rappresenti un valido strumento di investimento e finanziamento. Infatti, sebbene i finanziamenti erogati tramite queste piattaforme sono tipicamente non garantiti, il loro rischio viene comunque stimato dalle piattaforme stesse che pertanto introducono una maggiore trasparenza all'interno del processo. Inoltre, grazie al fatto che tutto il processo viene gestito online, debitori e finanziatori non devono più essere legati da rapporti personali né essere vicini dal punto di vista geografico. Questo rappresenta senza dubbio un cambiamento significativo in quanto debitori e creditori hanno ora accesso allo stesso "mercato" e ai suoi potenziali benefici.

Una panoramica sul peer-to-peer lending online

Il peer-to-peer lending online ha avuto inizio nel 2005 quando Zopa, una piattaforma Britannica, ha emesse il suo primo prestito. Il prestito tra pari ha preso subito piede negli Stati Uniti dove due piattaforme, LendingClub e Prosper, la fanno da padroni e dove la rapida crescita iniziale è stata principalmente dovuta alla disperata ricerca di finanziamenti personali durante la crisi finanziaria. In Gran Bretagna e poi nel resto d'Europa invece il prestito tra pari si è diffuso invece come un mezzo di finanziamento per PMI.

Il prestito tra pari rientra nell'universo del crowdfunding, un mercato molto più grande di quanto si pensi. Uno studio dell'Università di Cambridge riporta un valore complessivo del mercato a livello europeo per il 2015 di circa 5,5 miliardi di Euro, con una crescita del 92% rispetto all'anno precedente. Il peer-to-peer lending rappresenta il segmento principale di questo mercato con 366 milioni di Euro investiti nel 2015. Gran Bretagna, Francia e Germania sono i mercati europei più grandi; l'Italia appare in ottava posizione con un mercato da 34 milioni di Euro ma con il più alto tasso di crescita rispetto all'anno precedente (287%). Il peer-to-peer lending in Italia ha mosso circa 11 milioni di Euro è ancora principalmente utilizzato per prestiti personali. Il rischio di default, l'incertezza regolamentare e il pericolo di truffe sembrano essere i tre motivi principali che scoraggiano gli investitori italiani.

La progressiva istituzionalizzazione del peer-to-peer lending

Il prestito tra pari è diventato popolare tra gli investitori anche grazie ai bassi tassi di interesse offerti dalle banche centrali negli ultimi anni. È importante ricordare però che ritorni più alti vanno a compensare rischi più alti e che il peer-to-peer lending non è né un mezzo di risparmio, né un investimento in grado di garantire flussi costanti dato che questi debiti tendono ad essere ripagati prima del previsto.

Fino a questo momento, le piattaforme esistenti sono state molto attente nel selezionare i debiti che offrivano agli investitori così da mantenere un tasso medio di default abbastanza basso. L'opportunità di ottenere ritorni soddisfacenti con un rischio di default relativamente basso, ha però attirato un crescente numero di cosiddetti investitori istituzionali come banche d'investimento e fondi di investimento professionale (venture capital). Questo trend è visibile, con percentuali variabili, in tutti i principali mercati crowdfunding mondiali. Sebbene questo può essere visto come una conferma dell'attrattiva di queste nuove forme di investimento, ci sono potenziali implicazioni che vale la pena considerare.

Gli investitori istituzionali hanno infatti un profilo decisamente diverso dagli investitori individuali in termini di ammontare del capitale investito e tolleranza al rischio. Il crescente peso degli investitori istituzionali infatti a portato a uno squilibrio tra la domanda e l'offerta di capitali nel mercato peer-to-peer. Paradossalmente, le piattaforme ora fanno fatica a trovare potenziali (buoni) debitori, pertanto parte del capitale disponibile resta non investito. Questo causa una perdita di profitti potenziali sia per gli investitori che per le piattaforme stesse le quali guadagnano solo sul capitale investito. Gli investitori istituzionali sono anche più propensi al rischio di quelli individuali poiché possono sostenere più facilmente eventuali perdite. In questo contesto le piattaforme hanno un forte incentivo a offrire finanziamenti più rischiosi ai propri investitori in modo da aumentare i loro guadagni. Sebbene un rischio maggiore a fronte di maggiori profitti sembra accettabile per gli investitori istituzionali, cosa succederebbe se fossero gli investitori individuali a finanziare questi finanziamenti più rischiosi per poi scoprire che non possono far fronte ad eventuali perdite? Se questo meccanismo fosse applicato su larga scala... beh potrebbe sembra un copione già visto qualche anno fa, proprio all'inizio della crisi finanziaria. 

Ma è questo quello che sta davvero succedendo? Una recente ricerca condotta in collaborazione con altri ricercatori della DCU Business School (Dr. Ciarán Mac an Bhaird, Prof. Theo Lynn and Prof. Mark Cummins) sembrerebbe rivelare (fortunatamente!) il contrario. Le piattaforme di peer-to-peer lending infatti al momento sembrano prestare più attenzione a mantenere un tasso di default sufficientemente basso piuttosto che a favorire gli investitori istituzionali. Inoltre, la strategia di investimento più conservativa degli investitori individuali sembra ripagare la loro pazienza con ritorni complessivi più elevati e perdite più contenute, sopratutto per quegli investitori in cui partecipano un numero di investitori più ampio.

Magari la dura lezione della crisi finanziaria è servita a farci capire che un sistema finanziario più etico insieme alle nuove opportunità offerte dal fintech può finalmente generare benessere per la società nel suo insieme. 

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Pierangelo Rosati

Assistant Professor in Business Analytics presso la DCU Business School. Alle spalle un dottorato in finanza e contabilità dall'Università di Chieti-Pescara. Attualmente focalizzato su progetti di ricerca su Fintech, blockchain, social media e cyber security.