Fintech e Insurtech: i dati dal report 2022 dell’Osservatorio del Politecnico

L’Osservatorio del Politecnico di Milano ha presentato i dati del 7° report su Fintech & Insurtech in Italia.

report fintech 2022

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Un 2022 tutto sommato positivo per startup e scaleup italiane. Il settimo report dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano ha illustrato nel dettaglio la situazione nazionale, con un occhio alla comparazione allo scenario europeo e l’altro alle criticità che richiedono di essere affrontate per garantire una continuità nella crescita.

Fintech e Insurtech: il mercato tiene (e si concentra)

Interessanti novità, quelle emerse dal Convegno Fintech & Insurtech, organizzato all’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano lo scorso 15 dicembre. Il 2022 è stato un anno tutto sommato positivo per il settore nonostante le premesse: crisi geopolitiche e rialzo dell’inflazione non hanno impedito alle imprese italiane di registrare una crescita incoraggiante.

Da un lato, sono cresciuti i ricavi, il cui valore mediano ha raddoppiato quello del 2021 e sono state create altre 27 nuove fintech, per un totale di 630 dal 2009; dall’altro, solo il 44% delle startup e scaleup è in grado di orientarsi verso i mercati esteri, vero banco di prova per la crescita. Nel report presentato, non manca l’ipotesi che la crescita italiana del 2022 sia dovuta a un ritardo generalizzato da colmare, rispetto a mercati più maturi come quello anglosassone.

Cosa serve al mercato italiano per proseguire e accelerare sulla strada dell’innovazione?

Dal convegno sono emersi i seguenti punti: la necessità di una regolamentazione adeguata e favorevole al settore e una maggiore convergenza tra incumbent e società native digitali Fintech e Insurtech. In particolare, i grandi operatori finanziari tradizionali possono supportare la crescita di startup e scaleup e queste agire da catalizzatori dell’innovazione per i primi.

Per dare i suoi frutti, la convergenza dovrebbe quindi avvenire tramite operazioni di corporate venture capital, con l’ingresso nel capitale azionario delle società Fintech e Insurtech da parte delle istituzioni finanziarie più solide, che dovrebbero investire in ottica strategica per internalizzare le innovazioni di prodotto e di processo. Questo potrebbe avere una ricaduta positiva per la crescita di startup e scaleup innovative in un mercato che mostra i segni di una minore liquidità e di ridotte opportunità per l’accesso alle risorse finanziarie. In sintesi: archiviata la tenuta nel 2022, le condizioni per una sinergia tra grandi istituti e operatori Fintech e Insurtech sembrano ormai mature quanto auspicabili.

Un confronto con l’Europa

L’Ecosistema di startup Fintech e Insurtech europeo ha proseguito la sua crescita numerica nel 2022. Il report dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano ne ha rilevate 1.392, aumentate dell’81% rispetto al 2020, con una raccolta complessiva di 35 miliari di dollari negli ultimi cinque anni. Il dato, diviso per Nazioni non presenta particolari soprese: il Regno Unito fa la parte del leone, con circa il 38% delle startup registrate, davanti a Francia e Germania, rispettivamente all’11% e al 9%. Proporzione ancora più polarizzata per quanto riguarda la raccolta di capitali, con Londra che con 17 miliardi di dollari sovrasta Parigi e Berlino, ferme rispettivamente a 3,2 e 3 miliardi di dollari.

A parità di condizioni, delle 630 startup italiane nel settore, quelle che hanno ricevuto un finanziamento pari a un milione di dollari sono solo 36: questo dato può fornire un’idea della situazione nazionale dove, a fronte di un numero limitato di imprese innovative in crescita, molte sono ancora nelle condizioni di doversi affermare. Che il 2022 sia stato un anno positivo lo conferma anche la corsa del funding, con un totale, tra debito ed equity, di 900 milioni erogati, a fronte di un cumulato dal 2009 di 3,7 miliardi. I finanziamenti hanno tenuto ma a fronte di un’elevata concentrazione, tanto geografica, con Milano a rappresentare quasi il 70% delle operazioni di funding; quanto numerica, con il 90% delle risorse erogate al 5% delle startup e scaleup.

Osservando il settore dal lato dei servizi erogati, il 29% delle startup europee offre soluzioni di pagamento a pari quota con gli investimenti. Più distaccati gli asset digitali legati alla blockchain, con il 23% di startup, il Lending al 17% e infine Insurtech e Regtech, rispettivamente al 13% e al 10%. Se è vero che i pagamenti hanno già dato prova del loro modello di business, con unicorni come Scalapay e Satispay, gli altri segmenti presentano maggiori margini e un livello di fiducia dei consumatori più alto.

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Le criticità italiane

Detto dell’annata positiva, il report indica i punti di debolezza dell’ecosistema italiano. Lo scenario rappresentato indica da un lato la fragilità economica nel suo complesso, e dall’altro il rischio di non cogliere appieno le opportunità di crescita. I punti di debolezza riguardano:

  • Ebitda e flussi di cassa instabili
  • Scarso orientamento ai mercati esteri
  • Limitata attrattività dei fondi internazionali
  • Partnership ancora poco rilevanti

Nel dettaglio, ebitda e flussi di cassa osservati non garantiscono quella stabilità che permette di pensare a una crescita stabile e sostenuta delle startup Fintech e Insurtech. Se da un lato questa condizione può essere naturale nelle prime fasi di un’impresa innovativa, il perdurare di questa condizione richiede un’attenta valutazione sulla gestione di fondo e sugli orientamenti futuri. In particolare, le limitate dimensioni del mercato nazionale mal si coniugano con settori che hanno potenzialità di scala per le soluzioni tecnologiche che si dimostrino valide.

In questo, il fatto che solo il 44% delle startup e scaleup sia in grado di rivolgersi anche ai mercati esteri dovrebbe essere un segnale di allarme circa il rischio di mancare importanti opportunità di crescita, tantopiù che per mercati esteri si intendono principalmente quelli del Mercato Unico, con notevoli vantaggi in termini di regolamentazione comune. Questa condizione comporta anche una limitata attrazione di investimenti da parte di fondi internazionali. Sempre a livello generale, le partnership con realtà di maggiori dimensioni non sembrano essere arrivate a un livello soddisfacente.

L'exploit dei modelli as-a-Service

Altra novità del 2022 è l’affermarsi dei modelli quali il Banking-as-a-Service. Questa modalità permette agli istituti finanziari autorizzati di fornire i propri servizi in licenza tramite API a una terza parte, che si occuperà delle interazioni con i clienti. La peculiarità è che le aziende terze possono essere anche soggetti estranei all’ambito finanziario, come per gli e-Commerce che intendano fornire servizi di pagamento o di finanziamento alla propria clientela. Con i modelli as-a-service, l’utente finale può avere un’esperienza unica di customer journey senza soluzione di continuità rispetto alle procedure di acquisto.

Il report del Politecnico indica come questa soluzione sia adottata dal 76% delle realtà innovative italiane contro il 21% delle principali startup europee. Dunque, i modelli BaaS possono rappresentare un’interessante opportunità per gli istituti finanziari tradizionali che, potendo già contare sulle autorizzazioni necessarie, possono trovare nell’implementazione di questi servizi un punto di collaborazione con le realtà Fintech e Insurtech. Dall’altro lato, questi possono aumentare la competizione, con l’arrivo delle Challenger Banks, nuovi istituti che si rivolgono espressamente a un pubblico digitale, e che possono meglio integrare le API necessarie per quei servizi BaaS per i quali non dispongano delle autorizzazioni necessarie. Dalla prospettiva degli istituti finanziari tradizionali questo significa trovarsi a competere con nuovi sfidanti per i servizi offerti quali conti correnti online, carte di credito, soluzioni di pagamento, investimenti o prestiti.

Cosa vogliono i consumatori

Il report fornisce anche un quadro delle preferenze dei consumatori sui servizi finanziari. In particolare, la digitalizzazione dei servizi bancari non sembra impattare negativamente il rapporto tra clienti e istituzioni finanziarie, con il 35% degli intervistati disposto ad adottare strumenti digitali per accedere ai servizi erogati, a cui si somma un 20% che già ne fa uso. Solo un quinto degli intervistati si dice disposto a cambiare banca qualora non avesse più modo di ottenere il servizio al proprio sportello. Se distinte per fasce di età, queste risposte sono inversamente correlate all’età, con gli utenti nella fascia 18-24 ad essere i più tecno entusiasti e quelli nella fascia 55-74 più legati ai servizi di persona.

Questo depone a favore di eventuali politiche che puntino su una maggiore digitalizzazione per le banche incumbent, come confermato dai trend positivi sull’uso dei canali digitali (+6%) e sul numero delle transazioni digitali (+17%) nel primo semestre del 2022, visto che le preferenze per i servizi digitali non si esauriscono con le semplici operazioni di pagamento: quattro under 25 su dieci dispongono di almeno un conto corrente online, a fronte di uno su dieci tra gli over 55.

Queste preferenze ben si prestano alla diffusione dell’embedded finance e insurance, ovvero l’erogazione dei servizi finanziari integrati in qualunque settore che diano al consumatore un servizio senza soluzione di continuità rispetto all’esperienza di acquisto. In particolare, potenziali benefici potrebbero ottenerne le startup Insurtech, visto che quasi due consumatori su tre si dicono propensi ad accettare una proposta di assicurazione in fase di acquisto: in caso tipico è quello di una polizza selezionata a compendio dell’acquisto di un biglietto aereo. All’estremo opposto, quasi una persona su cinque accetterebbe questa soluzione per quanto concerne la gestione dei risparmi. Si direbbe quindi che per l’embedded finance e insurance gli elementi chiave siano la semplicità di fruizione e bassa complessità del servizio ricevuto.

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In conclusione

Lo scenario presentato nel settimo report dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano lascia nel complesso una impressione positiva. Vero che la maggior parte dei finanziamenti arrivano a poche, selezionate startup e scaleup; vero anche che i risultati finanziari sembrano ancora incostanti nella maggior parte dei casi, e che questo non depone a favore dell’attrazione di investitori stranieri.

La nota positiva, a voler osservare il bicchiere mezzo pieno, può essere trovata nelle preferenze dei consumatori, che sembrano gradire la versione digitale dei servizi finanziari. Ben inteso che le preferenze si concentrano sulle fasce di età più giovani e sui servizi a fruizione più immediata e complessità minore. Tuttavia, è opportuno considerare come l’adozione dei nuovi servizi tecnologici tenda a partire dalla popolazione più giovane, per poi affermarsi anche tra i senior, tanto vicinanza tra familiari quanto perché prima o poi i giovani smettono di esserlo.

Questa preferenza può giocare a favore di una maggiore integrazione tra banche e assicurazioni incumbent da un lato e startup e scaleup, dall’altro. Integrazione che può prendere la forma di partnership o di acquisizioni. Sebbene queste mostrino ancora una rilevanza limitata, nel report si indica chiaramente come il ruolo delle istituzioni finanziarie possa compensare tramite interventi di corporate venture capital un mercato del funding ancora ridotto rispetto alle dimensioni medie europee, soprattutto per quegli investimenti che fossero decisi con un obiettivo strategico e non puramente finanziario.

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Fabrizio Pagni

Mi occupo di divulgazione economica. Scrivo di eLearning, finanza e Startup. Curo il blog aziendale di una TLC innovativa. Progetto podcast e giochi da tavola. Le interviste sono la mia specialità: quando sono fatte bene viene fuori la passione che anima le persone. Adoro trattare temi complessi: è quando riesci a spiegarli che sai di averli capiti.