La compliance in azienda, tra GDPR e nuove tecnologie

Compliance

Qual è il costo della compliance in azienda? Da nove anni a questa parte Thomson Reuters indaga su questi argomenti attraverso il suo sondaggio che esamina le aspettative delle società di servizi finanziari in merito a questa importante funzione aziendale. L’esperto di compliance è infatti colui che cura e consolida l’immagine aziendale dal punto di vista della correttezza delle procedure e del rispetto delle norme. Tutto ciò, al fine di non incorrere in sanzioni che potrebbero danneggiare la reputazione dell’azienda nei confronti dei clienti, dei partner e di tutti gli stakeholders in generale. Il Report Thomson Reuters nasce dall’elaborazione delle risposte di oltre 800 professionisti senior di compliance in tutto il mondo, che rappresentano le banche di “interesse sistemico” (G-Sifi), banche, assicuratori, broker-dealer e gestori patrimoniali. 

Le sfide principali

Per un settore come quello della compliance il cambiamento normativo rappresenta chiaramente la sfida principale e per il 2018 la preoccupazione chiave è stata quindi identificata con le nuove norme Ue in materia di protezione dei dati con l’entrata in vigore del regolamento (GDPR).

Budget in aumento

I budget per la compliance continuano ad aumentare nel 2018: lo sostiene il 61% delle aziende (era il 53% nel 2017), e di questi per il 14% in maniera rilevante. Questo dato è un po’ ridimensionato nel campione delle G-Sifi e si ferma infatti al 49%. Ci sono differenze anche a livello geografico, con percentuali che rimangono elevate: dichiarano  crescite di budget infatti il 66% delle aziende asiatiche e il 65% delle aziende inglesi. Gli intervistati spiegano anche il perché della crescita, che risponde alle esigenze dovute alle richieste sempre maggiori della legislazione che implicano un bisogno sempre più elevato di figure senior e di policy e procedure interne, oltre alla necessità di maggior training e di avere risorse anche per dare in outsourcing alcuni servizi specifici. 

Crescono anche le risorse

Per gestire le crescenti necessità della compliance aziendale, per il 2018 il 52% delle aziende si aspetta di non intaccare la dimensione del proprio team dedicato alla compliance e il 43% si aspetta addirittura che cresca. Nel campione G-Sifi, spesso considerato l’early adopter di tendenze future, il 43% si aspetta che il proprio team di compliance rimanga uguale, il 46% che cresca e l'11% che diminuisca nel 2018. A livello geografico, il 51% delle aziende in Asia e il 45% in Europa parlano di crescita nell’anno, mentre nel Regno Unito questo dato scende al 29%.

Aumento della responsabilità personale

La responsabilità personale continua essere una preoccupazione chiave per i professionisti della compliance, tanto che il 54% degli intervistati (era il 48% nel 2017) si aspetta un aumento della responsabilità nei prossimi 12 mesi (per il 18% tale incremento sarà addirittura significativo). Questo sentiment probabilmente è il riflesso dell'attuazione dei singoli regimi di responsabilità in tutto il mondo insieme con l'attenzione incessante sul rischio regolatorio, come indicato dal 74% delle aziende che segnalano un maggiore focus sulla gestione del rischio normativo nei prossimi 12 mesi (il 24% si aspetta un aumento significativo).

Impatto della tecnologia

La tecnologia sta avendo un ruolo importante nella compliance. Da un lato, i vantaggi delle nuove tecnologie stanno aumentando il coinvolgimento della funzione di compliance nel considerare soluzioni, con il 41% (33% nel 2017) degli intervistati che si aspetta di dedicare più tempo a valutare soluzioni fintech e regtech nei prossimi 12 mesi, dato che sale al 55% nella popolazione G-Sifi. A controbilanciare i potenziali vantaggi della tecnologia sono l'accresciuta regolamentazione sui rischi associati alla resilienza informatica, alla privacy dei dati e alle infrastrutture IT.

Più rapporti con i regolatori

La maggior parte delle imprese (58%) si aspetta nel 2018 di trascorrere più tempo nell’interfacciarsi e nel comunicare con i regolatori, con un 16% che prospetta degli scambi molto serrati. La percentuale è più alta in Medio Oriente (66%), Regno Unito (63%), Asia (63%) e Australia (62%). Questo, in parte, riflette la necessità di un continuo dialogo sulle aspettative normative, dalla cultura e dalla condotta alla realizzazione dei regimi di responsabilità personale.

Il peso dell’outsourcing

Continuando il trend emerso nel 2016, quasi un quarto (esattamente il 24%) delle aziende continuerà a esternalizzare tutte o in parte la loro attività di compliance anche nel 2018. Le motivazioni rimangono sempre le stesse: esigenza di ulteriori confronti e rassicurazioni sui processi di compliance; mancanza di personale interno adeguatamente formato; costi.

L’outsourcing è maggiormente praticato negli Stati Uniti (dove succede nel 42% delle aziende), mentre questo dato scende al 21% in Europa, Regno Unito e Canada per arrivare al 20% in Asia

Quantificare una spesa media? Impossible

Parlare di un benchmark della spesa totale sostenuta dalle aziende per le attività di compliance è quasi impossibile, in particolare per le imprese più grandi, dato l’ampio spettro di possibilità di cosa possa rientrare sotto il cappello di compliance. Tra chi ha risposto a questo quesito, oltre la metà (54%) destina fino al 25% della loro spesa totale in costi operativi nel mantenere continuative le proprie attività di compliance. Insomma, ci sono buone prospettive di crescita all'orizzonte per le soluzioni regtech.

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Maria Comotti

Giornalista e mamma, trasformo le mie passioni in scrittura e utilizzo la curiosità come lente di ingrandimento del reale. Cresciuta professionalmente nel quotidiano .Com dove mi occupavo di raccontare il mondo della pubblicità, del marketing e degli eventi, ho poi collaborato con Il Sole 24 Ore, Il Mondo e altre testate economiche. Ora scrivo anche di design, architettura, running e fintech.