Cashback fintech e cashback di Stato: facciamo chiarezza

Scopriamo quali sono le principali differenze tra il cashback fintech e il cashback di Stato e come poter usarlo come leva di marketing.
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cashback fintech e cashback di stato

Negli ultimi anni sono aumentati di molto i player fintech che utilizzano lo strumento del cashback, sia come servizio per i propri clienti, sia come strategia di attrazione di nuovi utenti. Inoltre, a dicembre 2020, lo Stato Italiano ha deciso di adottare la stessa strategia per promuovere l’adozione di pagamenti elettronici, anche per contrastare l’evasione fiscale.

Il nome è lo stesso, ma ci sono importanti differenze. Vediamole insieme.

Prima di tutto proviamo a definire cos’è il cashback: dal punto di vista puramente formale, il cashback è un importo monetario che viene restituito a un acquirente a fronte di un acquisto, corrispondente a una percentuale del prezzo pagato.

In altre parole, il cashback è una sorta di “sconto differito”. Nella pratica non pagheremo il 100% di un prodotto, ma un importo netto inferiore, attraverso la movimentazione del denaro in due momenti: prima pago il 100%, poi ricevo indietro un certo ammontare, che corrisponde all’importo del cashback.

Il motivo del successo di questo meccanismo rispetto alla normale scontistica è che permette ai venditori di evitare un deprezzamento della propria merce, mentre il cliente ottiene comunque uno sconto. È quindi fondamentalmente una strategia di marketing, dove “lo sconto” viene applicato solo dopo l’acquisto.

Uno dei precursori in ambito fintech ad adottare questa metodologia e a renderla una caratteristica del proprio servizio è Satispay, una realtà italiana in forte crescita.

Da un punto di vista formale e contabile, il cashback si differenza dallo sconto proprio per le motivazioni riportate poche righe fa, ma se volete approfondire qui trovate una spiegazione più dettagliata.

Il cashback di Stato, invece, è molto diverso dal cashback come strategia di marketing. Nel cashback statale, infatti, l’importo non viene restituito dal venditore, ma utilizzando soldi pubblici, come “premio” per aver effettuato un pagamento elettronico in negozi e fornitori fisici. Questa misura incentiva anche la crescita dei consumi, dando la percezione al consumatore di spendere meno, potendo poi riutilizzare il capitale “risparmiato” in nuovi acquisti.

Ma quando conviene adottare una strategia di cashback come leva di marketing?

Bisogna fissare con attenzione gli obiettivi di una campagna di cashback, bilanciando costi e benefici attesi. In generale, l’incremento delle vendite deve essere più che proporzionale al mancato ricavo, che deriva ovviamente dal versamento del cashback ai clienti.

Anche FINOM garantisce il cashback. In Francia e in Germania, ad esempio, concediamo ai clienti un cashback che arriva allo 0,3%. Anzi, puntiamo a incrementare questa percentuale nel prossimo futuro, rendendola ancora più interessante. Lo facciamo sia per aiutare i clienti a recuperare un po’ di liquidità che può essere riutilizzata, sia per ringraziarli della fiducia di averci scelto. Vogliamo condividere, infatti, una parte dei nostri ricavi con i clienti, che proprio grazie alle commissioni sulle transazioni ci permettono di fare business.

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