Anche la blockchain ha un'anima

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Maria Comotti
Giornalista e mamma, trasformo le mie passioni in scrittura e uso la curiosità come lente di ingrandimento
natale blockchain

Quante volte vi sarà capitato di voler fare delle donazioni ma di essere frenati dalla paura. Paura che i vostri soldi non arrivino a destinazione. Paura che qualche intermediario possa deviare (dalle proprie tasche) una percentuale di generosità. Paura di non sapere mai come i contributi vengano effettivamente utilizzati. Paura che gli intoppi della burocrazia possano far venir meno la tempestività e, in ultima analisi, l'efficacia delle raccolte umanitarie.

Un'aiuto arriva dalla blockchain, la tecnologia che supporta il trasferimento dei bitcoin e che in virtù della trasparenza e tracciabilità garantita alle transazioni si dimostra un valido alleato nel settore della beneficenza, tanto da essere già stata sperimentata da un certo numero di agenzie umanitarie internazionali, fondazioni e organizzazioni no-profit, come l'Unicef, la Banca Mondiale, la Fondazione Bill e Melinda Gates, ma anche la Croce Rossa, Greenpeace e Save The Children.

Il "caso" Helperbit

Anche in Italia è attivo, e da tempi "non sospetti", un progetto che coniuga fintech e fundraising. Parliamo di Helperbit, startup che vede il suo debutto nel 2014, da un'idea del suo attuale amministratore delegato, Guido Baroncini Turricchia, ingegnere che dopo gli scandali sulla gestione dell'emergenza e delle donazioni del terremoto dell'Aquila nel 2009, pensò di creare un servizio per risolvere il problema legato alla trasparenza delle donazioni in caso di emergenze umanitarie.

L'ingegnere co-fondatore di Helperbit spiegò in questi termini la sua convinzione: "La Blockchain si pone come la chiave di volta di un sistema che ambisce a trasformare l'intero mondo della beneficienza e sull'onda di questo cambiamento Helperbit vuole diventare un punto di riferimento, sviluppando nuovi strumenti per facilitare l'accesso alla tecnologia anche ai non addetti ai lavori".

La versione beta del progetto non prevedeva applicazioni immediate, ma il terremoto di Amatrice del 2016 ha dato un impulso operativo all'iniziativa, tanto che l'applicazione è stata a quel punto resa disponibile per le associazioni e le fondazioni protagoniste del lancio di campagne di crowdfunding. In particolare, la startup ha aiutato Legambiente a raccogliere 9.5 bitcoin (oltre 170 mila euro al cambio attuale) in occasione della campagna "La rinascita ha il cuore giovane", ideata per aiutare giovani imprenditori colpiti dal terremoto nel Centro Italia.

Come funziona Helperbit? Chi vuole effettuare donazioni si iscrive e sceglie se versare una somma di denaro a un'organizzazione umanitaria o ai singoli utenti danneggiati. Attraverso una serie di servizi di analisi, sulla piattaforma è possibile vedere precisamente il percorso della propria donazione. Il valore aggiunto dell'applicazione è la trasparenza: i flussi economici in gioco sono visibili e tracciati tramite blockchain, mentre le donazioni possono essere effettuate con carta di credito e debito oppure utilizzando direttamente bitcoin. Per gli individui il vantaggio nell'iscriversi alla piattaforma è duplice: oltre a monitorare i propri fondi versati, i singoli utenti registrati possono ricevere donazioni dirette da tutto il mondo qualora vengano colpiti da una calamità.

Inizialmente le donazioni potevano essere fatte solo in bitcoin, ma recentemente il sistema si è ampliato accettando anche altre valute elettroniche oltre che i pagamenti in Euro (tramite accordo con MistralPay e con The Rock Trading). Helperbit è entrata anche in Parlamento: ha annunciato infatti lo scorso 29 novembre il lancio pubblico della piattaforma per donazioni trasparenti in occasione dell'evento "Finanziare il sociale con la blockchain", tenuto alla Camera dei Deputati presso Palazzo Montecitorio.

Helperbit ha già ricevuto numerosi riconoscimenti: è stata selezionata per il programma di accelerazione Blockchain Spae a Barcellona, ha vinto la competizione europea tra startup alla conferenza D10 e ad Amsterdam ha ricevuto il premio Community nella competizione GTEC a Berlino, il secondo posto nel concorso Blockchain Hub a Graz ed in quello Ibank Challenge di ABILab a Milano; è stata inoltre selezionata dalle Nazioni Unite tra i 100 progetti innovativi al World Humanitarian Summit.

Charity Stars e l'AidCoin

Il riconoscimento dell'opportunità di sfruttare le nuove valute per la raccolta di fondi ha portato un buon numero di organizzazioni non profit e fondazioni ad accettare donazioni in bitcoin: i principali processori di pagamento in valuta digitale e "portafogli" non impongono infatti commissioni per le donazioni in valuta digitale a organizzazioni non profit.

Sono stati anche lanciati altri progetti di valuta digitale che generano le loro "monete di beneficenza" (e proprie blockchain) per supportare specifici progetti non profit o opere di beneficenza. È il caso di CharityStars, una startup italiana (con sede a Londra) che funziona più o meno come una eBay del terzo settore: un'associazione usa la piattaforma per raccogliere donazioni mettendo all'asta un premio. Adesso CharityStars ha lanciato la sua valuta, AidCoin e l'ha messa in vendita con una ICO (Initial Coin Offering): i donatori hanno versato bitcoin ed ether in cambio di un gettone digitale che potrà essere usato per partecipare in futuro alle aste della piattaforma. In cambio, CharityStars ha, subito, risorse fresche per crescere. E ne ha raccolte tante: in pochi giorni ha raccolto 4 milioni di dollari.

La piattaforma dei Pinkcoin

Si definisce come "la piattaforma di donazione basata su blockchain più avanzata del mondo per l''impatto sociale": è Pinkcoin, una piattaforma che consente di guadagnare interessi con un proprio portafoglio, permettendo al tempo stesso di donare automaticamente parte di questo guadagno a qualsiasi ente di beneficenza, a costo zero. Pinkcoin è una moneta digitale unica che offre una rete sicura e affidabile dove puoi aiutarti aiutando gli altri. Milioni di Pinkcoin sono stati trasmessi dalla PinkCommunity a organizzazioni del calibro della National Breast Cancer Foundation, Black Girls Code, ma anche alla charity Cardiac Kids a Toronto, in Canada, che aiuta i bambini con difetti cardiaci congeniti, o alle squadre di soccorso in caso di calamità di Houston.

L'identità digitale di Taqanu e Banqu

Un ulteriore aspetto dell'utilizzo sociale delle blockchain è la mission proposta e portata avanti da realtà come Taqanu e Banqu, che utilizzano la blockchain per creare una Identità Digitale per i migranti e i cosiddetti "unbanked", e se pensate che questo tipo di problemi riguarda solo il terzo mondo dovreste ricredervi, solo in Italia nel 2013 c'erano 15 milioni di cittadini senza un conto corrente.

"Fondamentalmente, il nostro obiettivo è quello di autenticare constantemente l'identità di qualcuno attraverso il proprio conto bancario e utilizzare l'impronta digitale come fonte di identità", ha dichiarato Balázs Némethi, fondatore di Taqanu. Invece di documenti, spesso non disponibili, l'applicazione utilizza qualcosa che tutti i rifugiati hanno: uno smartphone e l'accesso ai social network. Un'app installata su un telefono può utilizzare i dati digitali di qualcuno, compresa l'attività sui social network, per dimostrarne l'identità. Gli utenti creeranno anche una "rete di reputazione", chiedendo ad amici e familiari di garantire di essere chi dicono di essere. 

Il vero nodo della questione quindi è che i rifugiati non hanno un'identità economica. BanQu, guidato da Ashish Ghadnis e Hamse Warfa (un ex rifugiato dal Kenya) sta cercando di risolvere questo problema utilizzando la tecnologia blockchain proprietaria per promuovere l'inclusione finanziaria e sociale attraverso l'identità economica per circa 2,7 miliardi di "unbanked" a livello globale. 

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Maria Comotti

Giornalista e mamma, trasformo le mie passioni in scrittura e utilizzo la curiosità come lente di ingrandimento del reale. Cresciuta professionalmente nel quotidiano .Com dove mi occupavo di raccontare il mondo della pubblicità, del marketing e degli eventi, ho poi collaborato con Il Sole 24 Ore, Il Mondo e altre testate economiche. Ora scrivo anche di design, architettura, running e fintech.